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A cura di Fabio Iavarone
Ultima modifica: 21/03/2010

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Caratteri Tipografici
Data Art.(10/09/2003)
Curatore: Fabio Iavarone

L'alfabeto è un insieme di segni convenzionali, per ciascuno dei quali corrisponde un suono vocale diverso, tali "suoni" accostati insieme formano le parole. Per "Carattere" o "tipo" viene intesa la definizione grafica di un Alfabeto completo di Maiuscolo, minuscolo , numeri e segni realizzati secondo differenti stili e riproducibili dai compositori di arte grafica. I Primi incunaboli, di produzione magontina, graficamente proponevano, senza particolari divergenze, le scritture ed il criterio dell'impaginazione in uso nei codici manoscritti del quattrocento, difatti per non urtare le abitudini dei lettori, si differenziavano pochissimo da qusti ultimi: stessi caratteri, stesse abbreviazioni, disposizione delle pagine a due colonne, iniziali spesso miniate.(fig 1, fig.2 e fig.3) Proprio la riproduzione senza tratti di originalità dei caratteri a mano in caratteri a stampa, fece sì che in Italia, già dalle prime esperienze tipografiche realizzate a Subiaco, si passasse dai caratteri "Gotici" dalle angolature aspre utilizzati in Germania , a caratteri "Semiromani" o "sublacensi" creati da Arnoldo Pannartz e Corrado Sweinheim a partire dal 1462 , dove sono evidenti le maiuscole dal taglio "Romano" e le minuscole in un gotico dalle angolature addolcite, tali "caratteri" erano consoni alle scritture manoscritte utilizzate nella penisola italiana. I caratteri utilizzati dai "prototipografi" della penisola, apparivano in uno stile che si avvicinava alla scrittura tonda degli amanuensi rinascimentali italiani e non alla "Textura"(gotico quadrato) degli stampatori magontini (fig.4 e fig.5), difatti sono evidenti le similitudini tra i caratteri adoperati per la pubblicazione del "de Civitate dei" di S.Agostino (fig.6), e i modelli calligrafici di tipo petrarchesco. Di successiva creazione del Pannartz e Sweinheim ,dopo che questi ultimi dal 1467 si trasferirono a Roma, fu il carattere "Minuscola romana" (fig. 7) utilizzato in "epistolae ad familias" di Cicerone. Merito degli stessi fu il ridurre le abbreviazioni adoperate nei codici, realizzando sia una maggior fruibilità per quanto riguarda la lettura delle opere, sia ottendo un vantaggio estestico, difatti la composizione della pagina con la diminuzione dei segni risultò più armoniosa ed equilibrata. Nonostante gli anteposti della tipografia sublacense, la prima serie tonda di caratteri "romani", non fu coniata in Italia ma venne utilizzata a Strasburgo nel 1464 per la pubblicazione, a cura del tipografo Adolfo Rusch, de il "Rationale" opera liturgica di Guglielmo Durante. Un'ulteriore evoluzione dai caratteri gotici ad i caratteri "romani" utilizzati per la produzione libraria italiana, la si ebbe a Venezia dal 1470, anno nel quale sono documentate le prime opere a stampa di Nicolò Jenson, già maestro incisiore della zecca del Re di francia a Tours. L'artista, abile incisore di professione, creò magnifici caratteri romani, desumendoli dai più belli esemplari della scrittura umanistica, usati dai calligrafi dell'epoca (fig. 8). Jenson pubblicò in un decennio circa 150 differenti opere, il suo carattere "Romano" venne imitatato per secoli e divenne, probabilmente , il modello per i "Tipi" delle edizioni elzeviriane (fig. 9), il tipografo coniò anche eleganti caratteri "greci" e intagliò i più piccoli caratteri gotici (corpo 8) in uso all'epoca, dei quali troviamo un esempio nell'edizione della "Vulgata" del 1476. Un ulteriore ed evidente punto di divergenza tra i caratteri gotici utilizzati per la produzione a stampa nei paesi di lingua germanica ed i caratteri utilizzati nella penisola italiana, viene evidenziato nell'utilizzo delle "Maiuscole" che in Italia fanno capo ad i dettami grafici derivati dalla scrittura epigrafica romana, detta "Capitale quadrata lapidaria" o sempilcemente "Lapidaria", composta da caratteri dalla forma impeccabile , caratteristiche specifiche sono: regolare proporzione tra altezza e larghezza , l'armonia delle aperture, la flessuosità nei tratti terminali dei caratteri, la perfetta rotondità di alcuni di essi e la vigorosa quadratura di altri. (fig.10) A dare auge alla maiscola derivata dalla "lapidaria" romana furono di notevole importanza per i tipografi dellìepoca, gli studi dell'antiquario ed archeologo Felice Feliciano (1443-1479) da Verona. Nel manoscritto, recante data 1463 e conservato presso la biblioteca vaticana, furono tracciate le prime regole geometriche delle lettere romane. L'alfabeto del Feliciano, è ricavato direttamente dalla "lapide Romana", l'autore osservando la traccia di un quadrato, segnato intorno alle singole lettere delle iscrizioni romane che stava studiando, ebbe l'idea di "Quadrare" le lettere, scoprendo ed adottando dunque le "regole" della proporzione. L'alphabetum Romanum del Feliciano, fu definito nel XX secolo da Giovanni Mardestig "di Maestosa nitidezza, di bellezza impressionante, che deriva dalla severa costruzione Geometrica". Il Feliciano con la sua opera non solo fu uno dei "capisaldi" nell'ambito della creazione dei artistica dei caratteri tipografici prodotto in Italia, ma pose le basi per lo studio teorico della "costruzione" degli stessi (fig. 11). Circa la "costruzione dei caratteri" sono documentabili nello stesso periodo l'opera del francese Guillaume Fichet -de Caracteribus Institutio, stampata a parigi nel 1466 e l'opera del calligrafo e tipografo parmense Damiano da Moile, che seguì l'esempio del Feliciano, pubblicando nel 1480 "Regole per le lettere maiuscole" dove viene proposto un modello di costruzione geometrica dell'alfabeto maiuscolo (fig.12) . Cosi come le lettere del del feliciano, costruite sul cerchio e sul quadrato,le lettere del Moile risultano nei confronti di queste ultime più chiare, il tipografo parmense adottò, difatti, un sistema di proporzioni diverso. Il definitivo abbandono nella penisola italiana dei caratteri gotici o "textura", utilizzati dopo di allora in sole pubblicazioni giuridiche, in libri d'ore e sporadicamente in pubblicazioni ecclesiastiche, lo si ebbe verso la fine del '400 , quando a cinquant'anni dalla morte di Gutenberg venne definitivamente adottato in Italia il carattere "Antiqua" o "Latino". La vittoria dell' "antiqua" sul "Gotico" fu in gran parte dovuta al genio commerciale di Aldo Manuzio che ebbe il merito di essere il primo ad arguire le incredibili potenzialità che si profilavano per gli "stampatori di libri", nel comprendere che ormai il libro stampato, non era una "mera" appendice su scala industriale dei lavori miniati, ma un prodotto del tutto diverso. Difatti le innovazioni di fine XV secolo, oltre che riguardare la creazione,o meglio l'evoluzione, di nuovi caratteri tipografici, compresero l'intera composizione della pagina stampata, ormai concepita esteticamente e graficamente in maniera del tutto autonoma dai "Libri Miniati". Nel 1494 Aldo Manuzio assunse, con l'incarico di dirigere l'incisione e la fusione dei caratteri, Francesco Griffi (Griffo, Griffoli, francesco da Bologna), il Griffi produsse per il Manuzio numerosi "Tipi", latini, greci ed ebraici. Intagliò, inspirandosi alle iscrizioni del periodo imperiale i caratteri di "Romano tondo", che furono utilizzati per la Pubblicazione del "De aetna" di Piero Bembo. Tale carattere risultò tozzo e pesante nella composizione delle maiuscole e venne successivamente modificato per l'edizione del 1499 del "Cornucopiae" del Perottus, dello stesso anno è l'applicazione di un nuovo carattere "Romano" utilizzato per l"Hypnerotomachia Poliphili" (fig.13), quest'ultimo realizzato fu motivo di ispirazione per compositori di caratteri quali: Garamond, grandjeon, van Dick, Jannon e Clason. L'opera grafica più famosa del Griffi, fu la creazione del carattere "corsivo" o "Italico" (fig.14), suggeritogli dal Manuzio sui modelli della scrittura corsiva in uso, non dissimli sono difatti, i codici della II metà del XV secolo, compilati secondo i dettami estetici della "Scrittura umanistica rotonda" (fig.15). Il "corsivo" del Griffi fu prescelto oltre che per una gradevole creazione dal punto di vista grafico, anche perchè la pendenza delle lettere rendeva queste ultime più strette, tale accorgimento consentiva al tipografo un notevole "risparmio economico, difatti in ogni riga erano riproducibili un maggior numero di caratteri, dunque la pubblicazione dell'intera opera era fattibile in un minore numero di pagine. Le prime opere stampate con tali caratteri furono nell'aprile del 1501 "Le bucoliche, le georgiche e l'eneide".(fig.16) Lo stesso Manuzio, nonostante alcune discordanze rilevate nella composizione dei caratteri, questi ultimi talvolta nell'organicità dell'intera pagina, risultavano esteticamente poco armoniosi (fig.17), fu entusiasta al punto che, al frontespizio dei volume della "Collezione tascabile" così lodò l'incisore: "In grammatoglyptae laudem/qui graiis dedit Aldus en latinis/ dat nunc grammata sculpta daedaleis/Francisci manibus Bononiensis". Griffi lasciò nel 1503 la tipografia aldina per recarsi a Fano pressso il Tipografo Gherescom Soncino. Qui egli incise un corsivo molto simile a quello aldino, soltanto leggermente più pesante, con questo carattere il Soncino stampò nel 1503 Virgilio ed in volgare "le rime" del Petrarca, dedicate a Cesare Borgia,il tipografo si produsse, tralaltro, in una diatriba circa l'originalità dei caratteri "aldini" ideati e creati dal Griffo, difendendo la paternità del "Carattere" ad opera dello stesso. Dal 1505 i Paganini, tipografi veneziani, migliorarono completandolo e addolcendolo dalle discordanze rilevate il carattere "Corsivo" desunto dal cancelleresco dello stesso Griffi (fig.18). La fortuna delle collane editoriali pubblicate dal Manuzio con il carattere "italico", ebbe il merito di soppiantare definitivamente il gotico, almeno per quanto riguarda la produzione di volumi circa la pubblicazione di "classici" a larga tiratura, non solo in Italia, ma anche in Francia, dove gia dal 1476 si utilizzava un gotico corsivo diverso dallo stile tedesco denominato "Lettre bastarde" ed in tutti i centri di diffusione della stampa. La sola Germania era ormai avviata verso uno "Stile" tipografico autonomo. Verso il 1510 lo stampatore Schonsperger di Augusta incise una nuova serie di caratteri gotici, questa nuova serie fu rifinita nel 1520 dal Calligrafo Jhoann Neudorffer e dal punzonista Hieronymus Andreae che arrotondando alcune angolosità presenti nella composizione dello "Schwabach",diedero corpo definitivo al carattere denominato "fraktur", quest'ultimo rimase per oltre quattrocento anni il tipico carattere a stampa tedesco (fig.19). All'origine del predominio del "Gotico" in Germania e nei paesi ad essa legata culturalmente, sta la preponderanza della pubblicazione di argomenti teologici rispetto a quelli di argomento umanistico, sostenuta prima dagli insegnamenti strettamente tomistici di Colonia, poi dalla teologia luterana di Wittenberg. Dal 1500 la tipografia italiana assunse il suo massimo splendore, i libri stampati in Italiano, latino e greco, portarono in ogni paese europeo la tecnica perfetta e la bellezza grafica delle "nostre pagine" che non furono mai superate in qualità nei cento anni che il Trevisani definisce "il secolo d'oro". Il libro si separa definitivamente dai canoni estestici del "Manoscritto", vennero ricercati ed ottenuti effetti mirabili nel gioco del bianco e nero, nell'equilibrio, nelle proporzioni e nell'architettura delle pagine, queste ultime con larghi margini ed una fisionomia estetica ben diversa dai libri scritti a mano. Innovativi sono: l'avvento del frontespizio, prima come foglio semplice, la prima prova documentaria la si riscontra a Venezia dove l'edizione della "Vulgata" di Giorgio Arrivabene del 1487 viene preceduta da un foglio su cui era stata impressa un'unica parola "Biblia", poi del "frontespizio" xilografato. I capilettera non sono più derivati dalle miniature dei manoscritti, ma presentano tratti di originalità dovuti alle produzioni artistiche di personaggi quali Hans Holbein il Giovane che produsse nel 1523 i capilettera per "dance Macabre" (fig.20) o di Albrecht Durer (fig.21) che produsse lettere per il tipografo Eucharius Hirtzhorn di Colonia dal 1524. Fondamentale divenne nel cinquecento anche la produzione delle insegne tipografiche, ideate ed utilizzate per la prima volta in Italia dal Tipografo Jenson dal 1470, ed evolutesi nel periodo aldino con la famigerata "Ancora". Dall'inizio del XVI secolo il problema di "disegnare" caratteri non fu affrontato dai soli tipografi, calligrafi ed intagliatori, ma su di esso rivolsero la loro attenzione matematici e studiosi. Dunque la realizzazione del carattere tipografico, non si risolse nelle sole fonderie e nelle sole commissioni di tipografi ad esperti artisti, ma fu presa in esame come oggetto di studio "teorico" approfondito da insigni studiosi, tra i quali Luca Pacioli che nel 1509 pubblicò a Venezia per i Tipi di Paganino dè Paganini il trattato "Divina proportione…".(fig.22 e fig.23) In questa opera l'autore descrive il sistema perfetto per il calcolo e la delineazione delle lettere a stampa, dandone un alfabeto che alcuni, poco veriteramente, ascrivono a Leonardo da Vinci. Nei suoi calcoli il Pacioli divide il quadrato in nove parti e indica lo spessore dell'asta minore in meta dell'asta larga, il suo lavoro segna dunque una netta divisione dai caratteri derivati dalla scrittura, e diviene punto di riferimento per la produzione tipografica di tutto il XVI secolo. Le innovazioni dettate dal Pacioli furono applicate ed approfondite da studiosi teorici e da esperti calligrafi che ne applicarono i precettti. Sigismodo de Fanti da Ferrara pubblicò nel 1514 "theorica e pratica . . .de modo scribendi"(fig.24). Francesco Torniello, pubblicò nel 1517 da Gottardo da Ponte "Opera del modo di fare le lettere antique" . ludovico arrighi stampatore del trissino, pubblicò nel 1524 la "Sofonisba" in caratteri Italici e L'" operina da imparare a scrivere littere cancelleresche" (fig.25).di ottimo interesse furono anche gli studi dell'esperto calligrafo Giovanni Antonio Tagliente, del quale apparve nel 1524 una raccolta di saggi di scritture assai varie e fantasiose (fig.26). Ugo da Carpi, pubblicò nel 1525, l'opera il "thesauro dè scrittori". Giovan battista Verini di Firenze pubblicò nel 1527 l'opera "Luminario" (fig.27). Palatino pubblicò nel 1540 l'opera del "un libro nuovo d'imparare a scrivere tutte sorti di lettere antiche e moderne". Nel 1548 vide la luce "l'opera nella quale si insegna a scrivere varie sorti di lettera" a cura di fra vespasiano Amphiareo da Ferrara (fig 28). Nel 1550 Ferdinando Ruano pubblicò i "sette alfabeti di varie lettere formati con ragion geometrica".(fig.29 e 30) Non solo in Italia, dove la produzione tipografica ebbe nel XVI secolo il suo massimo fulgore, si produssero opere di esperti calligrafi e di insigni studiosi, ma anche al di fuori della penisola, numerosi studiosi, talvolta artisti di grande spessore si cimentarono nella produzione di opere che avevano per tema la creazione dei caratteri a Stampa, è doveroso ricordare il "lavoro" di albrecht Durer "unterweistung der messung mit dem zirkel und richtscheit " pubblicato a Norimberga nel 1525, dove vi sono delle pagine sullo studio della proporzione delle lettere (fig.31) e le opere teoriche, applicate con sagacia dall'incisore francese Geoffroy Tory. L'autore, dopo una lunga esperienza come redattore di testi latini dal 1507 al 1514, come apprendista da Robert Estienne, come tipografo in proprio, nel 1525 dopo aver riformato la pronuncia del latino, ideò gli accenti, la cediglia e l'apostrofo, tali innovazioni furono applicate dallo stesso artista per la prima volta nel 1533. L'opera di maggior prestigio di Tory, resta comunque il "Champleury" che principiò a scrivere nel 1526 e che pubblicò nel 1529: trattato sulla lingua, l'ortografia, la forma delle lettere, il loro emblematismo e le proporzioni. Nell'opera sono raffigurate le lettere derivanti dalla dea "IO", sono riporodotte lettere che traggono le proporzioni dal viso e dal corpo umano, per ciascuna lettera viene riportata la sua valenza teoretica, mistica e psicologica.(fig 32) Il punto di arrivo dal mondo pioneristico dei primi tipografi, lo si puo conchiudere con la morte di Robert Estienne, l'ultimo dei grandi "studiosi stampatori", dove le mansioni di fonditori di caratteri, stampatori ed editori non sono ancora visibilmente differenziate, e l'attività di Claude Garamond e Jacob Sabon che dal terzo decennio del XVI secolo, distinguono e separano definitivamente il disegno del carattere, l'incisione dei punzoni e la fusione dei caratteri da tutte le altre attività connesse al mondo dell'editoria. Le creazioni di "carattere" conseguite dapprima con Colin e Tory ed ultimate con l'avvento di Claude Garamond, saranno le ultime vere ed innovative creazioni apportate nell'ambito della grafica dei "caratteri", difatti i "tipi" "Garamond", non subiranno, tranne che per modifiche non "sostanziali", trasformazioni nel corso dei secoli, con il suo genio creativo Claude Garamond, "cristallizzò" la produzione dei caratteri tipografici, stabilendo definitavamente i canoni grafici di un "libro a Stampa". L'attività di Claude Garamond (1499-1561), disegnatore, incisiore, e fonditori di caratteri, fu improntata in modo del tutto innovativo, l'artista impiantò a Parigi una fonderia di caratteri completamente autonoma, cioè non annessa, com'era avvenuto fino ad allora, ad un'officina di Stampa. Dal 1510 fu apprendista di Antoine Angereau, incise dapprima una serie di caratteri romani antichi (fig.33), che andavano dalle dimensioni minime (corpo 6) alle dimensioni massime (corpo 36), dal 1530 intagliò i bei caratteri tondi commissionatigli da Robert estienne; nel 1540 perfezionò il "Romano" (il carattere risulta il corrispondente dell'"elziviro" odierno). Successivamente fu incaricato per orine di Francesco I, che lo nominò "incisori di caratteri del Re", di tagliare ed incidere un maestoso carattere greco, denominato poi "grec du roi" utilizzato per la prima volta da Robert Estienne nei "tre libri di eusebio" (1544-1546). Con il "grec du Roi" fu definitivamente "standardizzato" anche il carattere in lingua greca fig. 34), sul quale, alla fine del quattrocento aveno alacremente lavorato numerosi tipografi italiani, tra i quali Aldo Manuzio.

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Traduzione in inglese a cura della Dott.ssa Agnese Rivieccio
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